Il suo Avatar
A due settimane dall’uscita nelle sale in Italia, su Avatar è stato detto e scritto di tutto, per cui queste mie impressioni non aggiungeranno molto a ciò che è stato sviscerato da tutti i mass media. Leggendo le recensioni e le opinioni degli utenti di blog e social network, pare che le reazioni della maggior parte degli spettatori siano state positive. Non potrebbe essere altrimenti, dato che ogni record d’incasso nella storia del cinema sta per essere polverizzato. Il successo di pubblico, però, non sempre va a braccetto con l’approvazione unanime della critica; anzi, spesso succede esattamente il contrario. I commenti negativi che ho letto più di frequentemente sono i seguenti: “la forma prende il sopravvento sulla sostanza”, “la trama è debole”, “è copiato da Pocahontas”, “incita alla violenza (?)” , “sono quasi 3 ore di piacevole intrattenimento, ma non c’entra nulla con il cinema vero”. Io ritengo che non si possa giudicare un film senza vederlo, perché l’idea che ci si fa leggendo articoli e guardando i trailer non sempre collima con la propria valutazione personale. Una delle rarissime eccezioni è rappresentata dai vari “Natale a x”, che non guardo da almeno 15 anni, ma sono strasicuro di non essermi perso nulla. Sfido chiunque a smentirmi. Prima di dare il mio giudizio, chiarisco alcuni punti. Non mi piacciono i film basati esclusivamente sugli effetti speciali (come “Independence Day” ), preferisco di gran lunga trame più articolate, con un’introspezione psicologica dei personaggi, con un montaggio ben costruito, con una buona recitazione. Insomma, un film deve lasciarmi dentro qualcosa, avere un significato; non dev’essere un “pop corn movie”, cioè un film usa-e-getta, (dove “usa” spesso si scrive “U.S.A.”) il cui unico scopo è di intrattenere e divertire la platea). Buona parte delle mie pellicole preferite sono ignote al grande pubblico pagante (dai “cinepanettonari”, per intenderci), e vengono di norma proiettate in qualche oscura monosala di provincia, nell’ambito di una rassegna di cinema d’essai, con un’unica proiezione. A Rovigo il solo cinema sopravvissuto in centro città ha chiuso i battenti giusto un anno fa. Tira una brutta aria per lo zoccolo duro dei cinefili polesani. Fatte queste premesse, sarebbe fin troppo facile per me bollare Avatar come il solito blockbuster americano, zeppo di effetti speciali quanto povero di contenuti, e schierarmi con la ristretta minoranza dei detrattori. Invece, una tantum, sto dalla parte della massa. Ne spiego le ragioni. La storia ormai è nota, e non starò qui a ripeterla. E’ stato detto che Avatar è “una gioia per gli occhi”. Vero. Verissimo. Non si può rimanere indifferenti al fascino del 3D. Il punto è che la tecnica usata non rappresenta un mero esercizio di stile, che suscita un divertimento effimero, evaporando non appena si esce dal cinema. Proviamo a riflettere sul significato etimologico del termine “avatar”. Riporto la definizione che ne dà l’immancabile Wikipedia: “La parola, che è in lingua sanscrita, è originaria della tradizione induista nella quale ha il significato di incarnazione, di assunzione di un corpo fisico da parte di un dio (Avatar: “Colui che discende”): per traslazione metaforica, nel gergo di internet si intende che una persona reale che scelga di mostrarsi agli altri, lo faccia attraverso una propria rappresentazione, un’incarnazione: un avatar appunto.” Dal momento in cui indossa gli occhiali, lo spettatore viene coinvolto in prima persona nella scena, viene sbalzato al di là dello schermo, ed è come se fosse trasportato tra i Na’vi (gli abitanti del pianeta Pandora). E’ questa la forza trascinante del film: mentre il corpo dello spettatore se ne sta seduto sulla poltroncina, un suo alter ego, alla pari del protagonista, esplora un pianeta ancora sconosciuto. Certo, l’ interazione tra pubblico e attori è “virtuale” e non “reale”, come in “Last action hero” o “La rosa purpurea del Cairo”; lo spettatore assiste agli eventi senza poterli modificare, ma vivendoli quasi in prima persona. Il film, inoltre, induce una riflessione su corpo e spirito: l’anima del protagonista trasmigra di continuo dal suo corpo umano a quello di un avatar, fino a riconoscere come “suo” quest’ultimo. Per quanto riguarda la trama, si può leggere in filigrana una facile critica all’avidità della razza umana, interessata unicamente ai beni materiali (il preziosissimo minerale unobtamio), in contrapposizione alla purezza dei nativi di Pandora. I Na’vi vivono in armonia con la Natura, la sanno ascoltare e la sanno rispettare, e hanno intessuto una fitta rete di relazioni (link) con ogni essere vivente, dagli insetti luminescenti agli alberi giganteschi. Non credo, pertanto, che il film sia bello perché la forma diventa sostanza. Sarebbe come giudicare un libro dalla copertina e dalla qualità della carta. Piuttosto è più corretto dire che forma e sostanza si fondono fino a diventare un oggetto unico, inscindibile. Non si può parlare dell’una senza menzionare l’altra. La descrizione grafica del pianeta Pandora, ad esempio, è da antologia. Ci si muove in tutte le direzioni: dal basso della foresta, all’alto delle montagne volanti, fino a perdere la visione d’insieme e a non capire dove ci si trova. Altri pianeti in altri film di fantascienza sono stati rappresentati e descritti, ma mai così a tutto tondo. Sul significato antimilitarista ed ecologista, la distinzione tra umani cattivi e alieni buoni è fin troppo marcata. L’uomo intende colonizzare il nuovo pianeta e sfruttarne i giacimenti del preziosissimo minerale unubtamio. Esplicito è anche l’omaggio a tutti i film western di taglio revisionista (come “Un piccolo grande uomo” o “Balla coi lupi”), in cui i pellerossa risultano vincitori morali, e in cui il mito della frontiera viene fatto a pezzi. Infine, sì, gli effetti speciali sono spettacolari; in particolare ho apprezzato la raffigurazione di oggetti incorporei, come le mappe olografiche nella base dei marines, o il fumo, l’acqua, il fuoco, i pollini. E’ stato detto che questo film cambierà per sempre la grammatica del cinema e il modo di guardarlo. Io invece credo che i film d’autore continueranno a esistere, pur senza ricorrere alle mirabilie della tecnica digitale 3D, e che di pari passo usciranno pellicole senza alcun significato, ma ben curate sotto l’aspetto estetico. Per concludere, credo che Avatar valga il prezzo del biglietto, e non dovrebbe scontentare nemmeno i palati più fini. Non è un capolavoro assoluto, ma poco ci manca. Cameron sta per sedersi per la seconda volta sullo scranno del re del mondo. Speriamo non si monti la testa. Voto: 9